Epistola ad un giovane artista


Perchè chi, di noi, sa dove l’arte trae origine, proprio per questo diviene necessario viverne la presenza con la nostra pienezza. 

Gettarsi a capofitto in un’esperienza globale che poi altri, dal loro punto di vista , chiamano «passione». Però Luca sa, sicuramente, da persona scaltra e ormai matura malgrado la sua età, che l’arte non è tanto questione di passione o di erotismo, sentimenti un pò generici, o troppo vasti, a seconda dei casi , quanto di un insieme ben più identificato di fatti e conoscenze che determinano, quelli si, nel loro impetuoso prendere corpo, la nascita di opere vere e mature. 

Sfogliando questi album dei lavori di Monti Luca, come lui stesso ama denominarsi, sembra effettivamente che ci troviamo di fronte a uno di quei rari casi dove appunto lo «studium», termine latino sotto il quale potremmo riassumere il manifestarsi delle circostanze di cui parlavamo, stia balzando in primo piano, al di là dello schermo un pò distaccato dalla superficie emulsionata, per entrare prepotentemente in un altro orizzonte.

Luca, dunque, stiamone certi, conosce bene quello che si sta scegliendo come suo mestiere. Anzi , forse dovremmo dire che ormai ha già scelto un pò tutto, se i segni della prima arte rimangono per ogni artista quelli decisivi. Egli ha scelto, soprattutto, come notavamo all’inizio, e per cui si distingue da tanti giovani “neofiti”, di “fare” subito e di fare bene, di mettere in atto, cioè, un procedimento mentale di analisi, memoria, suggestioni, all’interno di una pratica operativa che si concretizza subito in opere compiute, in vere e proprie “pieces” estremamente mature, che nel loro farsi compito fanno dimenticare, o passare in secondo piano, lo «studium» che la precedute. 

Priorità della prassi, del lavoro fatto con la macchina fotografica e in camera oscura, dunque. Ma si badi bene, però: questa immediata coincidenza tra i termini del fare e dell’ideare, che in Luca sembra a tratti emergere come il suo dono più prezioso, non è un fatto tanto semplice a manifestarsi come per certi aspetti potrebbe sembrare. Non basta, alla produzione di un’opera, seguire il modello mentale che la ispira da lontano, nè le cognizioni tecniche legate a quel momento o a quel fatto della storia fotografica, in modo che ogni nuova sensazione che la ispira riconosca il suo immediato significato in quello che ad ogni segno la cultura attribuisce. C’è qualcosa di più in questa dialettica, una dialettica tanto intensa quanto onerosa di conseguenze per la storia della produzione umana, e di quella artistica in particolare, che intorno ad essa si sono prodotti nell’ultimo secolo gli sforzi delle ricerche più aggiornate nel campo della linguistica, dell’ antropologia strutturale, della sociologia dell’arte.

In breve ci chiediamo, e non troveremo facile risposta, qual’è, se esiste, e come possiamo definirlo, se non come fatto relativo alla presenza fisica dell’autore, quell’atto distinto dalla definizione storica della lingua attraverso cui emerge l’elemento innovatore della parola e su quale registro possiamo iscrivere tutta la serie di questi eventi di per se stessi irriducibili alla storia sociale, politica, artistica attraverso cui si è costituito nel tempo il sistema del linguaggio ? 

Sfogliando questi album fotografici di Luca, abbiamo avuto come l’impressione di trovarci di fronte se fosse possibile in qualche maniera ritrovarne visibilmente una traccia, a segni tanto intensi pur nella loro unicità e diversità da far pensare a questa presenza lampante dell’autore, e alla forza dell’azione costruttiva che da sola può mancare le cesure in cui l’opera d’arte, nella sua unicità si materializza. 

Vediamo come in Monti Luca ogni segno rivela subito la sua storia, che è poi la storia della fotografia attraverso quest’ultimo secolo, e la sua assimilazione. Luca sa anche di avere dei padri, ma la sua ansia di crescita e di maturazione precoci gli impongono una cancellazione. Solo che, come tutti sappiamo, nulla di più intensamente radicato nell’inconscio, e quindi attivo nella personalità di un artista, può ritrovarsi nelle nostre opere di quando non venga negato a livello cosciente. 

Così quel Monti Luca che ci viene presentato come una sorta di timbro dall’autore di queste opere, lascia trapelare molte più cose, di quanto Luca coscientemente forse vorrebbe, della sua storia artistica, e non solo di quella. La fotografia di Luca è una ricerca divisa tra astrazione formale e contenuti umani, tra corposa calligrafia e presenza palpitante ti anime, di persone. Per questo oggi si esprime in forme che variano, si potrebbe dire tra la foto d’ambiente e il reportage , e, all’interno di questi generi molto vasti, tra un impegno di costruzione formale e una presa in diretta da “street photography”, tra il reportage sociale e di ripresa di situazioni dai colori più intimi e dagli accenti più narrativi. Cosa vuol dire tutto questo ? 

Che Luca, al di là delle facili seduzioni, in cui ciascun giovane sarebbe tentato, per la contaminazione o il transito su diverse fonti ispiratrici, (salvo scontrare in quei casi la mancanza di quell’atto risolutivo ben diversamente evidente nell’opera di Luca) è invece alla ricerca di un’unità essenzialmente stilistica, di un a cifra individuale ; ed ecco perciò affacciarsi la lezione mediatrice di uno dei suoi padri negati, certo sconosciuto Paolo Monti, e di quei suoi forti contrasti pacificatori tra le antiche e opposte tensioni di forma e contenuto, di auree chiavi alte e territori più dismessi della vita comune. Stile, dunque, cioè linguaggio , come elemento distintivo di ogni operare e quindi, come cercavamo di evidenziare in precedenza, presenza di certe forze corporee, celate all’interno del linguaggio. E questo può anche voler dire uso di un linguaggio colto, talora ricercato, come nella serie dei nudi ora esposti, o in quelle immagini più drammatiche emergenti dal buio della scena teatrale come antichi bagliori al magnesio; o come in certi ambienti soffusi di ombre profonde e di sapori francesi, che sanno di Atget o di Doisneau, ma anche, e ci sembra in maggioranza, nelle più realistiche intelaiature formali, alternativamente provenienti da una certa nuova oggettività di marca tedesca o da una delicata forma di descrizione ambientale di stampo tutto italiano: senza l’estenuata elevazione dei toni di un Cavalli però, e invece con alcuni colori delle nebbiose atmosfere di un Leiss. Insomma, è sotto gli occhi di tutti, e non occorre neanche tanto soffermarsi oltre in più raffinate esegesi, che abbiamo di fronte un autore estremamente consapevole di se stesso, e deciso a non lasciarsi sfuggire quell’attimo in cui, tra le tante possibili svolte del linguaggio, poter affermare la sua parola illuminante, anche se quest'ultima si eleva, quasi a suggellare per contrasto il senso della sua poetica, nelle oscurità più profonde dell’ombra e nella lotta furibonda e prepotentemente vissuta tra il buio e la luce.

Un artista che sarebbe sbagliato, anche adesso, lasciarsi sfuggire.

Giuseppe Cannilla


 

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